domenica, 08 novembre 2009
FaggetaAlla fine, se non dici tutto, non avrai detto niente. Per cui non so, io ci provo, ma la materia necessiterebbe di qualche puntata di post, per essere precisi (fermo restando che quando si parla di vita la precisione sta da un'altra parte).

Stamattina pensavo, e penso, a tutto il sistema di incentivi e deterrenti di cui è composta la nostra esistenza. Ma mica solo la nostra, proprio tutta quella del mondo vivente. Ad esempio mettiamo un piccolo cane breton. Senza riferimenti, né? Generalmente il cane breton "nasce", si dice, per cacciare la piuma. Poi qualcuno, specialmente in Italia, lo "prende" (vi accorgete come siano questi dei termini violenti e poco libertari?) per andare a tartufo. Decide chi sia la sua mamma, chi sia il suo papà, li fa accoppiare e poi ne sceglie uno, magari il più paffutello. Gli taglia la coda, che il cane usa per comunicare con gli altri cani, perché "così è meglio, che non si fa male nei rovi", e poi gli spiega che lui è un breton e che come breton, come fanno la sua mamma e il suo papà, deve prendere i tartufi. E riportarli al padrone, ovvio.
Per fare questo, non parlando come parla il cane, sfrutta il solito sistema dei deterrenti e degli incentivi, conosciuto altresì da che mondo è mondo mediante la teoria de bastone e la carota. Si prende un cane, gli si dice "devi trovarmi i tartufi, cazzo! Che io ti do da mangiare e pago 100 euro l'anno di tesserino", gli si dà una pedata nel culo se non parte, gli si sotterrano i tartufi nella terra, e quando li trova gli si dà un cibo speciale, misto a tartufo, tenuto apposta per l'occasione. Accorcio, ma più o meno è così. Alla fine - ed è quel che interessa a noi per questo discorso - il cane ha uno storico dei dati, che gli permette lì per lì di ricordare che tutte le volte che non è partito si è preso un calcio nel culo (ed evidentemente nemmeno al cane piace prendere i calci nel culo) e che tutte le volte che ha portato il tartufo integro, si è preso i baci e le carezze ma quel che più conta i bocconcini speciali che si vedono solo col tartufo, sennò niente. Deterrenti e incentivi.

Se ti laureerai in tempo, col massimo dei voti, ti compreremo la macchina nuova: incentivo. Se non ti diplomi quest'anno, non ti mandiamo in Slovenia coi tuoi amici a godere della fauna locale: deterrente.

Se farete i bravi e produrrete di più, lavorando di più, Brunetta vi darà un aumento di stipendio: incentivo. Se vi ammalerete troppo e tirerete a fregarci, Brunetta sarà tremendo: deterrente.

Per colpa di qualcuno, qui non si fa credito: deterrente. "In comode tasse decennali a interessi zero, anzi quasi quasi ve ne diamo noi a voi": incentivo.

Ma poi anche la Befana che dà i dolci ai bravi e il carbone ai cattivi; Mourinho che fa giocare Zanetti perché è umile e no Balotelli perché è superbo; la morale cattolica dei bravi e pii in Paradiso e dei rei e maligni a bruciacchiare all'Inferno. Insomma: tutti i giorni della nostra vita sono strutturati sul modello degli incentivi e dei deterrenti. Quel cane non è stato libero di decidere che l'ambizione verso la quale proeiettare incentivi e deterrenti fosse "prendere il tartufo"; lo doveva fare perché il padrone aveva deciso così: del resto se sei un breton e hai le macchie da breton, che cosa mai vorresti o potresti fare? Così noi, non siamo liberi di decidere i nostri sogni. Ma nessuno lo dice, per cui go on. C'è sempre un cacciatore che ci prende a calci in culo o, al contrario, ci dà i bocconcini speciali.

La fregatura, come è successo a me questa mattina, è quando ti svegli cane e dici "non me ne fotte un cazzo del tartufo, dei bocconcini, ma specialmente delle pedate". E non sai più chi sei, come quello smemorato di Monza, e non sai più riconoscere un incentivo da un deterrente, una cosa buona da una cosa sbagliata.

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categoria:natura, pena
venerdì, 30 ottobre 2009
castagne_peloseNo, per dire. Tutti quei begli animaletti stipati stuprati scuoiati per via del loro pelo. E nessuno mai che guardi a cosa c'è sotto alla scorza delle cose. Ad esempio sotto la scorza delle castagne, più precisamente tra la scorza esterna e la mitica pellicina interna - quella che quando le fai caldarroste ti tagliuzza tutte le unghie di sotto - c'è il manto della castagna. L'ho immortalato e c'ho le prove. Adesso, visto che sono imprenditore di me stesso, devo trovare un metodo per fabbricare un macchinario che cava dalle castagne la loro pelliccia. Poi fabbrico delle pellicce di pelo di castagne e divento ricco che più ricco non si può, alla facciazza della crisi.
Appena Max Mara legge questo post, capisce l'entità del rischio e mi offre il thé e le arance che ha portato dalla Cina e proprio quando sto per dirle (o dirgli, a seconda se sia più Max o più Mara) che non ho niente da offrirle (o offrirgli, a seconda se sia più Max o più Mara), tutti i miei propositi ambientalisti impallidiranno di fronte alla prospettiva del mero lucro.
 
E allora a quel punto niente. Faremo finta che le castagne la pellicciotta non ce l'hanno mica.
postato da: avvelenato82 alle ore 18:09 | Permalink | commenti (7)
categoria:natura
martedì, 27 ottobre 2009
Ritengo del tutto necessario, ma meglio sarebbe dire doveroso, fare uno strappo alla regola e riportare qui sotto un post di un altro. Tantissima roba, si parla di quintali. Poi fate voi.


L'ERA DEL MAIALE CINGHIALATO

L'altro giorno invece, trattando con un mio collega questioni strettamente inerenti l'attività lavorativa, sono venuto a conoscenza di qualcosa che con ogni probabilità per voi colti lettori sarà nota da tempo, ma che per me che ignoro costituiva una novità degna di nota e densa di stimoli creativi. Vado a illustrarla a beneficio di quanti dovessero essersela persa.
Com'è noto, il maiale produce una carne ottima e abbondante, in tutte le sue forme, dalla testa in cassetta allo zampone. Esso però tipicamente non vive allo stato brado, viene allevato, e la vita sedentaria cui è costretto implica carni tenere ma non eccessivamente saporite. D'altra parte, il maiale lo vedi anche dalla faccia che sta bene così, nella sua porcilaia, con le sue ghiande in abbondanza e tutto il resto, e che l'idea di barattare comodità con libertà non gli sfiora neanche l'anticamera.
Il cinghiale invece no, quello è brutto sporco e kattivo, gira libero per i boschi, mangia quello che c'è se c'è e se no salta, e anche se provi a allevarlo lo vedi dalla faccia che quello lì, dentro al recinto, non è il suo posto; e il risultato della sua vita spericolata è, al termine della stessa, una carne solida e saporita, di una solidità e di un sapore piacevoli ma, per molti, addirittura eccessivi.
Ed ecco che, mi narrava quel collega, millenni di ingegno contadino scendono in campo e creano lui: il maiale cinghialato.
Funziona così: si prende una maiala (non nel senso di escort, proprio nel senso di maiala), la si conduce al limite del bosco all'imbrunire, la si lega a un albero, e si torna a casa. Al calar delle tenebre passa il cinghiale, vede la nostra cara maiala tutta bella rosa e liscia e calda e morbida e cicciottosa e non gli sembra vero, a lui abituato alle setole e al musone della cinghialessa. Quindi il nostro eroe si stropiccia un po' gli occhi e poi, quando realizza che è proprio tutto vero, si fionda lancia in resta sulla maiala. La quale maiala dal canto suo, abituata alla casalinga mollezza del suo abituale compagno di vita, viene rapita dal look alternativo e dall'afrore selvatico del nuovo arrivato e non ne disdegna affatto i modi rustici ma virili, il corpo scevro da ogni forma di depilazione, e last but not least una mazza come pensava esistessero solo nei film d'autore.
E sicché il miracolo della vita si compie, per la felicità di entrambi gli attori principali nonché del contadino che la mattina dopo slega la sorridente maiala riconducendola alla sua tranquilla vita coniugale, nello sguardo di intesa la tacita promessa del silenzio.
E dopo un tot di mesi, tra la gioia del contadino, il legittimo sospetto del legittimo sposo e la falsa ingenuità della fedifraga (che c'è? qualcosa di strano? ah toh, sono scuri, eh beh) vengono alla luce tanti bei maialini cinghialati, ignari di incarnare un perfetto connubio tra le qualità organolettiche delle due specie che li hanno generati, e del breve e triste destino che gliene deriverà.
Fine.
Anzi no, post scriptum. Perché lo so che ve lo state già chiedendo, e quindi ve lo dico subito: il cinghiale maialato non funziona. Non funziona e non può funzionare. E non per chissà quale complessa questione di incroci genici proibiti, ma per ragioni ragionevoli, facilmente comprensibili e largamente condivisibili. Insomma, suvvia, anche i maiali, per quanto maiali, hanno un cuore. E le cinghialesse hanno i baffi, anzi altro che baffi, ispide setole. E se un cinghiale può essere abituato fin da cucciolo a gestirle, per un paffuto maialotto la sensazione di scartavetramento sul ventre non è affatto piacevole. Questo dal punto di vista di lui. Vista con gli occhi della cinghialessa la situazione sarebbe più rosa ma non molto più rosea. Insomma, pur senza esperienza diretta in merito credo di poter affermare con certezza che nella cinghialessa il maiale, come si suol dire, ci ciottola. Quindi niente.
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categoria:poesia
sabato, 24 ottobre 2009
Uno dei segni per riconoscere che siamo adulti è quando iniziamo a preferire il cioccolato fondente?


E intanto che ci siamo, com'è che si fa per impedire che svuotato il pacchettino del caffé, parte della preziosa polverina non rimanga perdutamente aderente alla parete? Quanti anni si dovrebbe vivere e quanti caffé si dovrebbero bere, per far sì che tutti gli scarti degli aderimenti facciano da soli un intero pacchetto?
postato da: avvelenato82 alle ore 12:14 | Permalink | commenti (5)
categoria:natura