mercoledì, 27 febbraio 2008
[...] Quindi venne la terza epoca del sapere - l'età dei critici, dei filologi e degli stampatori. [...] Iniziarono il loro lavoro studiando e organizzando tutto quel che era contenuto nelle biblioteche. Non esistevano scorciatoie per imparare, né lessici esaurienti, né dizionari di antichità, né compilazioni accurate di mitologia e di storia. Ogni studente doveva immagazzinare nella propria testa l'intera massa dell'erudizione classica. Il testo e il canone di Omero, Platone, Aristotele e dei tragici dovevano ancora essere stabiliti. Firenze, Venezia, Basilea, Lione, Parigi rumoreggiavano di presse da stampa. I Manuzio, gli Estienne, i Froben lavoravano duramente giorno e notte, impiegando schiere di studiosi, di uomini di assoluta devozione e di grande intelligenza, il cui lavoro consisteva nel verificare la correttezza delle frasi, mettere gli accenti e la punteggiatura, mandare il testo in stampa e sottrarre all'avversione dei monaci e all'invidia del tempo quel conforto eterno dell'umanità che sono i classici. Le conquiste successive nell'ambito del sapere sono del tutto insignificanti se paragonate alle fatiche di quegli uomini, che ebbero bisogno di genio, di entusiasmo e della comprensione dell'Europa per portare a termine il loro titanico lavoro. Virgilio fu dato alle stampe nel 1470, Omero nel 1488, Aristotele nel 1495, Platone nel 1513: fu allora che essi diventarono patrimonio inalienabile dell'umanità. Ma quante notti insonni, quanta fatica intellettuale, quanti dubbi e speranze dovettero sopportare quegli studiosi dell'umanesimo, che noi consideriamo piuttosto dei pedanti! Chi di noi oggi si infervora e freme di emozione nel sentire il nome di Aldo Manuzio, o di Henricus Stephanus, o di Johannes Froben? Eppure così dovrebbe essere, perché a loro dobbiamo in gran parte la nostra libertà di spirito, le risorse del nostro piacere intellettuale, la nostra padronanza del passato, la nostra certezza del futuro della cultura umana.
John Addington Symonds, "Il Rinascimento in Italia"
postato da: avvelenato82 alle ore 19:10 | Permalink | commenti (3)
categoria:natura, poesia
martedì, 26 febbraio 2008
Si avvicinano le votazioni politiche. Si può cambiare non un governo ma l'Italia, come recita un bellissimo slogan? E' tempo per i quasi-uomini di pensare ad un giorno che non sia oggi. D'immaginarsi tutti proiettati al futuro e di decifrare uno straccio di scopo per sé, almeno, se non per il mondo e la vita tutta.
Un giorno qualcuno è stato in un campo di concentramento e solo intravvedendo uno scopo ha trascinato la somma delle sue giornate il più in là possibile, fin tanto che ce l'ha fatta.

Quell'uomo, lo ripeto, scrisse una cosa così:


"La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana. Gli uomini liberi danno a questo scopo molti nomi e sulla sua natura molto pensano e discutono: ma per noi la questione è più semplice. Oggi e qui, il nostro scopo è di arrivare a primavera"
postato da: avvelenato82 alle ore 17:07 | Permalink | commenti
categoria:
martedì, 26 febbraio 2008
Senza stupore e senza clamore

ho visto passare le cose vissute con troppo rumore.

Mi son detto "perdona", mi han chiesto "consola",

il vero che fugge, che corre e che mai si ritrova.

Ti basta la vita, se lei se n'è andata,

significa forse che nemmeno l'avevi trovata.

Si pensa fa niente, che poco è importante,

sarà di certo migliore la parte restante.

Ma il trucco è ben noto: fa male l'ignoto

una piuma nel cuore balla la danza del vuoto.


postato da: avvelenato82 alle ore 11:27 | Permalink | commenti (7)
categoria:
martedì, 26 febbraio 2008
Camminavo come sempre cammino, a passi sicuri in un sicuro mattino

e lo sguardo mi ha chiamato lontano a un incrocio di casi, a un pensiero strano.

Ho visto di piscio e di birra una pozza e ho pensato che questo mi tocca. Mi tocca.

Non come qualcosa che devo patire, mio malgrado con pazienza accettare;

piuttosto uno sguardo che devo lasciare, un pensiero che devo occupare

con un destino ridicolo, che urla ed acceca in quel buio di vicolo.

Quel che avrei potuto e non sono stato, quel che non sono per cui non ho ringraziato.

I miei meriti scappano via e non mi lasciano nemmeno il sapore

di una scelta, una differenza vissuta, una decisione premeditata.

Vivo per come posso, mettendo a frutto il numero di serie

senza colpe e virtù, considerando dell'uomo le fortune varie.
postato da: avvelenato82 alle ore 11:22 | Permalink | commenti (2)
categoria: