giovedì, 25 giugno 2009

Io attaccai discorso con una stupenda ragazza di campagna; indossava una camicetta di cotone con una scollatura che lasciava vedere la magnifica abbronzatura dei seni. Era noiosa. Parlava delle serate in campagna passate a fare i pop-corn sulla veranda. Un tempo una storia come quella mi avrebbe riscaldato il cuore, ma dato che il suo, di cuore, non era caldo mentre la raccontava, sapevo che non c’era niente in quella storia oltre all’idea di una vita obbligata. «E che altro fai per divertirti?» Cercavo di spingerla a parlare di ragazzi e di sesso. I suoi grandi occhi scuri mi scrutavano vuoti con l’ombra di un dolore nel sangue, un dolore che risaliva a generazioni addietro per non avere mai fatto quello che si dove assolutamente fare, qualunque cosa fosse, e tutti sanno cos’è. «Che cosa vuoi dalla vita?» Avrei voluto afferrarla e costringerla a dirmelo. Non aveva la minima idea di quello che voleva. Farfugliò di lavoro, di film, di passare l’estate dalla nonna, disse che le sarebbe piaciuto di andare a New York a visitare il Roxy, e che tipo di vestito avrebbe indossato, qualcosa tipo quello che aveva messo l’anno prima a Pasqua, cappellino bianco, rose, scarpe rosa col tacco e giacca di gabardine lavanda. «Che cosa fai la domenica pomeriggio?» le chiesi. Andava a sedersi sulla veranda. I ragazzi passavano per la strada in bicicletta e si fermavano a fare quattro chiacchiere. Leggeva i fumetti, si sdraiava nell’amaca. «Che cosa fai nelle notti d’estate?» Andava a sedersi sulla veranda, guardava le macchine passare nella strada. Lei e sua madre facevano i pop-corn. «Che cosa fa tuo padre nelle notti d’estate?» Lavora, fa il turno di notte alla fabbrica di caldaie, ha passato un’intera vita a mantenere una donna e i suoi rampolli senza credito né adorazione. «Che cosa fa tuo fratello nelle notti d’estate?» Gira in bicicletta, si ferma al chiosco delle bibite. «Che cosa vorremmo disperatamente fare tutti noi? Che cosa vogliamo?» Non lo sapeva. Sbadigliò. Aveva sonno. Era troppo. Nessuno lo sapeva. Nessuno l’avrebbe saputo. Era tutto finito. Aveva diciotto anni ed era adorabile e perduta.



Jack Kerouac, Sulla strada
postato da: avvelenato82 alle ore 22:41 | Permalink | commenti (3)
Commenti
#1    26 Giugno 2009 - 20:41
 
Ne ho sentito parlare bene di Sulla strada...
Lo scalpo dei libri, già... Calvino direbbe che per quanto riguarda un libro classico il lettore non finirebbe mai di averne scalpi...
Purtroppo io non sono ancora riuscito ad iniziare un percorso di lettura che vorrei tanto cominciare. Sono titubante a prendere in mano un libro, forse perché ho il timore che da un punto all'altro cominci a scottare insopportabilmente.

rb
utente anonimo

#2    27 Giugno 2009 - 23:18
 
Sei tenace, eh!!
Nella mia copia il segnalibro testimonia ancora la mia sconfitta.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente AngelaMigliore

#3    27 Giugno 2009 - 23:42
 
Ehehehe, beh, l'ho anche finito. E ti dirò di più. Ho scoperto che è buono anche quel libro che non ti piace molto.
Poi devo dire che questo andava quantomeno letto, non foss'altro per l'enorme influenza che ha avuto sulla storia delle generazioni.
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