lunedì, 19 ottobre 2009
rino Non so di preciso perché, ma mi è venuta in mente una canzone: tu, forse non essenzialmente tu, di Rino Gaetano.
Si farebbe anche presto a dire che certi versi sono criptici. Mi sono immaginato di farla io, quella stessa canzone. E mi sono immaginato in uno studio-salotto coi critici e gli esegeti che mi chiedono come mai abbia inteso fare una canzone così strampalata, senza il minimo nesso con la realtà. Una canzone, per questi motivi, che potrebbe fare chiunque. Allora rintracciando una risposta che io darei, ho così inseguito una risposta che io mi do.

avrei bisogno sempre di un passaggio,
ma conosco le coincidenze del 60 notturno:
lo prendo sempre per venire da te.

Nella società individualistica di oggi, ciascuno dovrebbe avere l'imperativo sociale di essere indipendente. Dunque il protagonista, il cantore, è un disadattato: non ha l'indipendenza contingente ed efficace, magari non ha nemmeno la patente, o non sa guidare bene la macchina (avrei bisogno sempre di un passaggio); non ha addirittura - quel che è peggio - l'indipendenza del cuore: necessita sì del passaggio, ma ancora di più della sua persona, dacché è abituato ormai "a venire sempre da te". E' un uomo che non sta sù da solo, il più dipendente tra i dipendenti. Un uomo fuori dal tempo del mondo.

Per altro non finisce qui. Anzi:

e vado dal Barone ma non gioco a dama,
bevo birra chiara in lattina

Evidentemente col Barone si era d'accordo di giocare a dama, vista la congiunzione avversativa "ma". L'aspettativa era quella di giocare a dama, ma non lo si è fatto. Come mai? Probabilmente una volta arrivati dal Barone, il tempo si è "perso" parlando del più e del meno. Conversando tra persone umane, esserini tutto sommato viventi. Si era d'accordo di giocare a dama, ma tanto era il bisogno di conversare e stare insieme, che non lo si è fatto. La lattina della birra chiara è il modello, il simbolo, della società della produzione industriale. Mille milioni di lattine, tutte uguali tra loro, per altri mille milioni di persone omologate. Nel paradigma moderno dell'online, dei contatti moltiplicati a piacere, dei tutti amici di Facebook, si va dal Barone - qualifica che lo rende così distante da noi, così inaccessibile - e ancorché avessimo il proposito di giocare a dama, non lo abbiamo fatto. Abbiamo preferito stare insieme a parlare.

Dunque il testamento della canzone ci parla di un individuo che dovrebbe essere individuo ma non ci riesce: dipende da tutti. Una persona che ha bisogno di tutto, e ancora di più delle altre persone. Una persona che nel paradigma del fai da te e degli amici in lattina, ha praticamente perso. Una persona che è proprio perdendo che si lascia terribilmente amare da noi.

Probabilmente sono solo alcune interpretazioni che si possono fornire, ma la possibilità stessa di elucubrare è secondo me il tesoro di pezzi artistici come questo.
postato da: avvelenato82 alle ore 11:55 | Permalink | commenti (2)
categoria:poesia, canzoni
domenica, 02 marzo 2008

Avete sentito la canzone che Tricarico ha presentato al Festival? Sembrava il nuovo Rino. Di certo magico. Mi ha emozionato moltissimo, nei prossimi giorni cerco qualcosa di suo da Ricordi. Tutta roba da mettere nella bisaccia, per fortuna.

postato da: avvelenato82 alle ore 01:41 | Permalink | commenti (4)
categoria:canzoni
giovedì, 07 febbraio 2008
Ve bene, va bene così: 56 e non sentirli. A quell'età era morto suo padre, e non aveva fatto in tempo a vedere il suo unico figlio - che allora pareva tutto perso - su di un palco a parlare a tanti giovani. Canzoni di amore e di pietà per tutte le cose della vita, musiche capaci di far ondeggiare il cuore come i campi di grano accarezzati dal vento. Un mediatore tra l'arte e l'uomo, il più grande poeta della piccola parola.

Un certo William Shakespeare diceva che la terra ha musica per coloro che ascoltano. Vasco non solo ascolta, ma si fa anche tremendamente e dolcemente ascoltare. E noi non la finiremmo mai. Oggi per me è un piccolo Natale.
postato da: avvelenato82 alle ore 10:54 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, canzoni
domenica, 13 gennaio 2008

Forse se solo fossimo un po’ più capaci di pensare lontani dalle nostre ideologie e dalle più ferme ed ottuse convinzioni personali, potremmo trovare in ogni canzone (ed in ogni frase) qualcosa di assolutamente meraviglioso. Poco fa sono stato a messa per fare un piacere a mia mamma, fosse per me non c’entrerei manco dipinto ed ho sentito all’interno di una canzone questa cosa qui:

“sì, il cielo è qui: su questa terra”

Sono restato attonito, benché la conoscessi già. E’ stato come sentirla per la prima volta e mi sono riempito di una grazia e di un trasporto che non sono in grado di definire. Ci provo un poco motivando le cose che me la fanno sembrare bellissima.

Anzitutto si inizia con un e per tutti i nostri no mi pare una cosa carina. Un conforto di fronte all’abbandono della speranza, rafforza il sentore che il cielo sia qui, proprio su questa nostra nuda terra. Poi le mille opposizioni che si possono trarre: levità del cielo/pesantezza della terra; ombrosità della terra/radiosità del cielo; inconsistenza del cielo (come i nostri sogni)/materialità della terra (come le cose “reali”); umanità della terra/spiritualità del cielo, ecc…
Come a dire che le cose reali ed i sogni abitano lo stesso mondo, che i nostri slanci di entusiasmo e i nostri “figurati!” appartengono alla nostra stessa vita. La comunione delle diversità e delle diversità così evidenti! La quadratura del cerchio, paradossalmente. La poesia nelle nostre vite. Essendoci il cielo, qui, sopra di noi su questa terra, possiamo anche alzare lo sguardo. E schifo schifo non fa.

postato da: avvelenato82 alle ore 12:22 | Permalink | commenti (6)
categoria:natura, poesia, canzoni