giovedì, 24 dicembre 2009

Suvvia, un po' di pazienza. Lo so bene che se uno si fa chiamare avvelenato e via discorrendo poi dovrebbe anche assomigliarsi un po'. Che la coerenza, diceva Stefanno Benni, è quando uno assomiglia alle parole che dice. Lo so. Il fatto è che in giro per il mondo di questi tempi si sente parlare di una cosa di preciso. Una cosa su tutte. Sicché pur essendo avvelenato e scettico e perplesso e sempre contro le cazzatine e le menate, devo pur dire qualcosa anch'io, no? Insomma: devo forse è un termine improvvido. Non volevo dire "devo", volevo dire "è meglio che" dica qualcosa anche io. Mi piace trattare temi che volendo possono anche essere di attualità. E questo qui che voglio trattare adesso, beh, se non è di attualità poco ci manca. Natale&Capodanno. Vi va?
Avete ragione. Se già prima che siano iniziati non ne potete più, vi diffido dal proseguire. Io  per esempio non leggerei mai un blog che già nel prologo annuncia di voler trattare di feste convenzionali improntate sul buon sentimento del tempo. Ma tant'è. Visto che ormai
lo sto scrivendo, in qualche modo, se non altro per evitare orrori di ortografia, dovrò pur leggerlo, non vi pare?

Vabbeh, lasciamo stare tutta la tirata sugli "auguri", che generalmente augurare qualcosa a qualcuno presuppone volere effettivamente che questo qualcuno qui goda dei frutti del tuo augurio. È che se auguri la stessa cosa a tutte le persone che vedi, qualche dubbio ti viene. Vabbeh, appunto. Lasciamo stare. Lasciamo anche stare la cosa dei regali, vabbeh, che se devi regalare qualcosa perché tutti stanno regalando qualcosa, è come se non regalassi niente. Ma lasciamo stare anche questo. Quel che mi preme oggi è esporvi un dubbio. Mettete che siete lì, no? Mettete che siete lì che ci state bene. Voglio dire non proprio bene nel senso che state facendo chissà quale cosa incredibile come mangiare una bella salsiccia cotta nell'acqua. Voglio dire semplicemente che se anche non state facendo niente di incredibile, niente di esotico, niente di raccontabile alla macchinetta del caffé in ufficio (se potessero parlare le macchinette del caffé!... Vabbeh), siete lì che state bene. Ce la fate a metterlo? Vabbeh, se non ce la fate, mettete che non state bene ma state comunque a posto, nel senso che almeno a voi che non sapete un cazzo, vi pare che non vi manchi nulla, che tutto sia sereno, che quello lì che state vivendo sia un buon giorno. Ecco. E mettete che a quel punto lì salti fuori come dal nulla una specie di folletto del Natale e del Capodanno. Un vostro collega, un messaggio per telefono, uno striscione sul palazzo di fronte, un botto improvviso. Qualcosa. Qualcosa che vi chiami ad una riflessione. Mettete che questo qualcosa qui vi chieda, tutto sommato, "e te che cosa farai di bello per Capodanno?". Mettete che vi chieda una cosa così.
A quel punto lì, se voi aveste inteso "fare niente", nel senso di continuare a mangiare, cagare, bere, dormire, stare bene in varie forme, sareste un poco a disagio, dubitando che il folletto del Natale e del Capodanno possa realmente capirvi e temendo che al contrario possa dire male di voi a voi stessi ed agli altri. Ma mettete che ci proviate e dite "non faccio niente", dove con niente, va da sé, non si intende niente. Nella vita non si può mai fare niente. Se uno si mette a sedere e vedere un muro di vernice che asciuga, non è che non stia facendo niente: sta facendo quella cosa lì. Ma siccome siete scaltri e sapete che cosa il folletto del Santo Natale e del Santo Capodanno ritenga "niente" e "non niente", allora per farla breve dite che non farete niente. Ecco.

A quel punto il folletto vi guarda male e dice che capisce, che è giusto, che mica puoi o devi fare sempre qualcosa di preciso. Che va bene anche fare niente, dice ancora che sì, che è giusto, che capisce e va alla macchinetta del caffè a dire a tutti che voi non farete niente.
A questo punto il dubbio che vi pongo è il seguente: voi eravate felici e sereni prima che arrivasse il folletto interrogatore del Santo Natale e del Santo Capodanno. Lo potete essere ancora? Temo che gli uomini si facciano turbare l'animo da questioni minime. Poveri uomini.
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categoria:natura, pena
lunedì, 14 dicembre 2009
Era il 1994 quando Lorenzo Cherubini cantava che via si va via si va si va via. La Juve aveva appena affidato la guida sportiva a Big Luciano, che per prima cosa aveva fregato alla Roma Paulo Sousa e Ciro Ferrara. Alla fine di quel primo anno di Lippi, la Juve avrebbe poi vinto lo scudetto, il primo da quando la guardavo io e si sarebbe privata e mi avrebbe privato per sempre di Roberto Baggio. Io avrei tolto dalle pareti un bel po' di poster perdenti ed avrei potuto metterne un bel po' di vincenti. Ma non erano belli uguale. Nel 1994 erano anche passati due anni dal 1992 delle mani pulite, sicché a Qualcuno parve ormai opportuno scendere in campo e farsi un po' giustizia da solo.
Ma non è questo il punto. Il punto è che io ero alle medie, con tutto un futuro da decidere a mo' di aruspico. Avrei fatto informatica: in un paesino di pochissimi giovani, io dopo tutto vivevo in un coaugulo di case dove c'erano ben quattro ragazzi: i primi tre avevano fatto ITIS informatica, visto che "col computer ci potrai lavorare molto". L'ultimo ero io.
E allora via si va via si va si va via e più precisamente in collegio a Piacenza. Si fa quel che si deve fare e per quanto bello, dopo un po' finisce. Si finisce più precisamente a fare il consulente informatico, aspettando che quelli del servizio civile bussino alla porta. Ma qualcosa resta nel magone e così università. Lettere, ovvio. Mi pare il naturale proseguimento dopo informatica. Poi crisi e poco lavoro. Che se fai scienze delle merendine, si dice, già non trovi quando tirano il lavoro colla fionda, figurarsi se poi c'è crisi.
E così niente. Si cambia tutto. Oramai siamo di strada a Cambiamento. Andare a Rimini a seguire un master nel settore turistico significa confrontarsi con qualcosa che mai ho conosciuto. A parte le materie, pure il mare, il caldo, la grande ressa, la velocità. Diventare uomini forse non è solo quando inizi a mangiare il cioccolato fondente o quando i tuoi spermini ti paiono una risorsa. Diventare uomini è anche quando adatti i sogni ai bi-sogni (che sono sogni due volte o il doppio dei sogni?) e maturo ricalibri il piano di azione, essendo un buono a nulla, capace di tutto.
E allora che cosa vi posso dire? Via si va via si va si va via.
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categoria:natura
martedì, 01 dicembre 2009
Il bosco gorgoglia un discorso di senso compiuto: dice "è piovuto". Le piagge sono desolate, Ma solo come de-solate, prive di sole. Qualcuno direbbe che questo è "brutto tempo", ma qualcuno chi? E perché? Da quale punto di vista è brutto? In novembre il tartufaro fa festa. Quando c'è grigio il muratore (che fabbrica il grigio) non lavora. È brutto? No, perché là in fondo c'è l'azzurro fosforescente che illumina il grigio; qui in mezzo ci sono le bacche rosse del cagapui fra il marrone ostinato. Si trovano gialli giacimenti di mele selvatiche a dirci che non ci sono più gli zii e i nonni. O se ci sono, a giudicare dal vischio che adombra i peri, non hanno più motivo di fremere: i nipoti sono tutti partiti. Sono cresciuti e sono diventati zii inespressi. Eppure Natale viene ancora, quello che manca è il motivo di celebrarlo, lo stupore da rinnovare. Qui è stato il progresso a far conoscere il gusto della frutta matura. Andati via un po' tutti, sono rimasti i reduci a scoprire che la prugna è dolce, quando è gialla o rossa. Mio padre le mangiava sempre verdi, per essere sicuro di mangiarle. Ci sono nespole dappertutto, della loro morbidezza marrone. Il letto del torrente si è spostato e il cane mi chiede se era di qui che si passava le altre volte. La diga fatta da uno scooter vecchio, che direbbe il castoro?, è crollata e l'acqua si porta via tutto, sassi e vecchi legni stanchi e gonfi, orme di volpe e speranze di lombrichi. Quel che non porta via è il piacere di un brutto tempo che mi sembra tutto tranne che brutto.
E pensare che due giorni fa, a non pensare a queste cose, mi pareva che tutto fosse poi uguale, che niente valesse qualcosa.
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categoria:natura
domenica, 08 novembre 2009
FaggetaAlla fine, se non dici tutto, non avrai detto niente. Per cui non so, io ci provo, ma la materia necessiterebbe di qualche puntata di post, per essere precisi (fermo restando che quando si parla di vita la precisione sta da un'altra parte).

Stamattina pensavo, e penso, a tutto il sistema di incentivi e deterrenti di cui è composta la nostra esistenza. Ma mica solo la nostra, proprio tutta quella del mondo vivente. Ad esempio mettiamo un piccolo cane breton. Senza riferimenti, né? Generalmente il cane breton "nasce", si dice, per cacciare la piuma. Poi qualcuno, specialmente in Italia, lo "prende" (vi accorgete come siano questi dei termini violenti e poco libertari?) per andare a tartufo. Decide chi sia la sua mamma, chi sia il suo papà, li fa accoppiare e poi ne sceglie uno, magari il più paffutello. Gli taglia la coda, che il cane usa per comunicare con gli altri cani, perché "così è meglio, che non si fa male nei rovi", e poi gli spiega che lui è un breton e che come breton, come fanno la sua mamma e il suo papà, deve prendere i tartufi. E riportarli al padrone, ovvio.
Per fare questo, non parlando come parla il cane, sfrutta il solito sistema dei deterrenti e degli incentivi, conosciuto altresì da che mondo è mondo mediante la teoria de bastone e la carota. Si prende un cane, gli si dice "devi trovarmi i tartufi, cazzo! Che io ti do da mangiare e pago 100 euro l'anno di tesserino", gli si dà una pedata nel culo se non parte, gli si sotterrano i tartufi nella terra, e quando li trova gli si dà un cibo speciale, misto a tartufo, tenuto apposta per l'occasione. Accorcio, ma più o meno è così. Alla fine - ed è quel che interessa a noi per questo discorso - il cane ha uno storico dei dati, che gli permette lì per lì di ricordare che tutte le volte che non è partito si è preso un calcio nel culo (ed evidentemente nemmeno al cane piace prendere i calci nel culo) e che tutte le volte che ha portato il tartufo integro, si è preso i baci e le carezze ma quel che più conta i bocconcini speciali che si vedono solo col tartufo, sennò niente. Deterrenti e incentivi.

Se ti laureerai in tempo, col massimo dei voti, ti compreremo la macchina nuova: incentivo. Se non ti diplomi quest'anno, non ti mandiamo in Slovenia coi tuoi amici a godere della fauna locale: deterrente.

Se farete i bravi e produrrete di più, lavorando di più, Brunetta vi darà un aumento di stipendio: incentivo. Se vi ammalerete troppo e tirerete a fregarci, Brunetta sarà tremendo: deterrente.

Per colpa di qualcuno, qui non si fa credito: deterrente. "In comode tasse decennali a interessi zero, anzi quasi quasi ve ne diamo noi a voi": incentivo.

Ma poi anche la Befana che dà i dolci ai bravi e il carbone ai cattivi; Mourinho che fa giocare Zanetti perché è umile e no Balotelli perché è superbo; la morale cattolica dei bravi e pii in Paradiso e dei rei e maligni a bruciacchiare all'Inferno. Insomma: tutti i giorni della nostra vita sono strutturati sul modello degli incentivi e dei deterrenti. Quel cane non è stato libero di decidere che l'ambizione verso la quale proeiettare incentivi e deterrenti fosse "prendere il tartufo"; lo doveva fare perché il padrone aveva deciso così: del resto se sei un breton e hai le macchie da breton, che cosa mai vorresti o potresti fare? Così noi, non siamo liberi di decidere i nostri sogni. Ma nessuno lo dice, per cui go on. C'è sempre un cacciatore che ci prende a calci in culo o, al contrario, ci dà i bocconcini speciali.

La fregatura, come è successo a me questa mattina, è quando ti svegli cane e dici "non me ne fotte un cazzo del tartufo, dei bocconcini, ma specialmente delle pedate". E non sai più chi sei, come quello smemorato di Monza, e non sai più riconoscere un incentivo da un deterrente, una cosa buona da una cosa sbagliata.

postato da: avvelenato82 alle ore 11:55 | Permalink | commenti (9)
categoria:natura, pena