martedì, 27 ottobre 2009
Ritengo del tutto necessario, ma meglio sarebbe dire doveroso, fare uno strappo alla regola e riportare qui sotto un post di un altro. Tantissima roba, si parla di quintali. Poi fate voi.


L'ERA DEL MAIALE CINGHIALATO

L'altro giorno invece, trattando con un mio collega questioni strettamente inerenti l'attività lavorativa, sono venuto a conoscenza di qualcosa che con ogni probabilità per voi colti lettori sarà nota da tempo, ma che per me che ignoro costituiva una novità degna di nota e densa di stimoli creativi. Vado a illustrarla a beneficio di quanti dovessero essersela persa.
Com'è noto, il maiale produce una carne ottima e abbondante, in tutte le sue forme, dalla testa in cassetta allo zampone. Esso però tipicamente non vive allo stato brado, viene allevato, e la vita sedentaria cui è costretto implica carni tenere ma non eccessivamente saporite. D'altra parte, il maiale lo vedi anche dalla faccia che sta bene così, nella sua porcilaia, con le sue ghiande in abbondanza e tutto il resto, e che l'idea di barattare comodità con libertà non gli sfiora neanche l'anticamera.
Il cinghiale invece no, quello è brutto sporco e kattivo, gira libero per i boschi, mangia quello che c'è se c'è e se no salta, e anche se provi a allevarlo lo vedi dalla faccia che quello lì, dentro al recinto, non è il suo posto; e il risultato della sua vita spericolata è, al termine della stessa, una carne solida e saporita, di una solidità e di un sapore piacevoli ma, per molti, addirittura eccessivi.
Ed ecco che, mi narrava quel collega, millenni di ingegno contadino scendono in campo e creano lui: il maiale cinghialato.
Funziona così: si prende una maiala (non nel senso di escort, proprio nel senso di maiala), la si conduce al limite del bosco all'imbrunire, la si lega a un albero, e si torna a casa. Al calar delle tenebre passa il cinghiale, vede la nostra cara maiala tutta bella rosa e liscia e calda e morbida e cicciottosa e non gli sembra vero, a lui abituato alle setole e al musone della cinghialessa. Quindi il nostro eroe si stropiccia un po' gli occhi e poi, quando realizza che è proprio tutto vero, si fionda lancia in resta sulla maiala. La quale maiala dal canto suo, abituata alla casalinga mollezza del suo abituale compagno di vita, viene rapita dal look alternativo e dall'afrore selvatico del nuovo arrivato e non ne disdegna affatto i modi rustici ma virili, il corpo scevro da ogni forma di depilazione, e last but not least una mazza come pensava esistessero solo nei film d'autore.
E sicché il miracolo della vita si compie, per la felicità di entrambi gli attori principali nonché del contadino che la mattina dopo slega la sorridente maiala riconducendola alla sua tranquilla vita coniugale, nello sguardo di intesa la tacita promessa del silenzio.
E dopo un tot di mesi, tra la gioia del contadino, il legittimo sospetto del legittimo sposo e la falsa ingenuità della fedifraga (che c'è? qualcosa di strano? ah toh, sono scuri, eh beh) vengono alla luce tanti bei maialini cinghialati, ignari di incarnare un perfetto connubio tra le qualità organolettiche delle due specie che li hanno generati, e del breve e triste destino che gliene deriverà.
Fine.
Anzi no, post scriptum. Perché lo so che ve lo state già chiedendo, e quindi ve lo dico subito: il cinghiale maialato non funziona. Non funziona e non può funzionare. E non per chissà quale complessa questione di incroci genici proibiti, ma per ragioni ragionevoli, facilmente comprensibili e largamente condivisibili. Insomma, suvvia, anche i maiali, per quanto maiali, hanno un cuore. E le cinghialesse hanno i baffi, anzi altro che baffi, ispide setole. E se un cinghiale può essere abituato fin da cucciolo a gestirle, per un paffuto maialotto la sensazione di scartavetramento sul ventre non è affatto piacevole. Questo dal punto di vista di lui. Vista con gli occhi della cinghialessa la situazione sarebbe più rosa ma non molto più rosea. Insomma, pur senza esperienza diretta in merito credo di poter affermare con certezza che nella cinghialessa il maiale, come si suol dire, ci ciottola. Quindi niente.
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categoria:poesia
lunedì, 19 ottobre 2009
rino Non so di preciso perché, ma mi è venuta in mente una canzone: tu, forse non essenzialmente tu, di Rino Gaetano.
Si farebbe anche presto a dire che certi versi sono criptici. Mi sono immaginato di farla io, quella stessa canzone. E mi sono immaginato in uno studio-salotto coi critici e gli esegeti che mi chiedono come mai abbia inteso fare una canzone così strampalata, senza il minimo nesso con la realtà. Una canzone, per questi motivi, che potrebbe fare chiunque. Allora rintracciando una risposta che io darei, ho così inseguito una risposta che io mi do.

avrei bisogno sempre di un passaggio,
ma conosco le coincidenze del 60 notturno:
lo prendo sempre per venire da te.

Nella società individualistica di oggi, ciascuno dovrebbe avere l'imperativo sociale di essere indipendente. Dunque il protagonista, il cantore, è un disadattato: non ha l'indipendenza contingente ed efficace, magari non ha nemmeno la patente, o non sa guidare bene la macchina (avrei bisogno sempre di un passaggio); non ha addirittura - quel che è peggio - l'indipendenza del cuore: necessita sì del passaggio, ma ancora di più della sua persona, dacché è abituato ormai "a venire sempre da te". E' un uomo che non sta sù da solo, il più dipendente tra i dipendenti. Un uomo fuori dal tempo del mondo.

Per altro non finisce qui. Anzi:

e vado dal Barone ma non gioco a dama,
bevo birra chiara in lattina

Evidentemente col Barone si era d'accordo di giocare a dama, vista la congiunzione avversativa "ma". L'aspettativa era quella di giocare a dama, ma non lo si è fatto. Come mai? Probabilmente una volta arrivati dal Barone, il tempo si è "perso" parlando del più e del meno. Conversando tra persone umane, esserini tutto sommato viventi. Si era d'accordo di giocare a dama, ma tanto era il bisogno di conversare e stare insieme, che non lo si è fatto. La lattina della birra chiara è il modello, il simbolo, della società della produzione industriale. Mille milioni di lattine, tutte uguali tra loro, per altri mille milioni di persone omologate. Nel paradigma moderno dell'online, dei contatti moltiplicati a piacere, dei tutti amici di Facebook, si va dal Barone - qualifica che lo rende così distante da noi, così inaccessibile - e ancorché avessimo il proposito di giocare a dama, non lo abbiamo fatto. Abbiamo preferito stare insieme a parlare.

Dunque il testamento della canzone ci parla di un individuo che dovrebbe essere individuo ma non ci riesce: dipende da tutti. Una persona che ha bisogno di tutto, e ancora di più delle altre persone. Una persona che nel paradigma del fai da te e degli amici in lattina, ha praticamente perso. Una persona che è proprio perdendo che si lascia terribilmente amare da noi.

Probabilmente sono solo alcune interpretazioni che si possono fornire, ma la possibilità stessa di elucubrare è secondo me il tesoro di pezzi artistici come questo.
postato da: avvelenato82 alle ore 11:55 | Permalink | commenti (2)
categoria:poesia, canzoni
mercoledì, 14 ottobre 2009
Scrivendo l'autore in Vienna l'anno 1733 la sua Olimpiade, si sentì commosso fino alle lagrime nell'esprimere la divisione di due teneri amici. E meravigliandosi che un falso e da lui inventato disastro potesse cagionargli una sì vera passione, si fece a riflettere quanto poco ragionevole e solido fondamento possano aver le altre, che soglion frequentemente agitarci nel corso di nostra vita.

Sogni e favole io fingo; e pure in carte
mentre favole e sogni orno e disegno,
in lor, folle ch'io son, prendo tal parte,
che del mal che inventai piango e mi sdegno.
Ma forse, allor che non m'inganna l'arte,
più saggio io sono? È l'agitato ingegno
forse allor più tranquillo? O forse parte
da più salda cagion l'amor, lo sdegno?
Ah che non sol quelle, ch'io canto o scrivo
favole son; ma quanto temo o spero,
tutto è menzogna, e delirando io vivo!
Sogno della mia vita è il corso intero.
Deh tu, Signor, quando a destarmi arrivo,
fa ch'io trovi riposo in sen del Vero.



(Pietro Metastasio, Sonetto I)
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categoria:poesia
lunedì, 12 ottobre 2009
Spero che si capisca e che "loro" non sembri una nullità. La riporto per come mi è venuta in mente, poi fate un po' voi.

Noi + Loro = Noi
postato da: avvelenato82 alle ore 00:41 | Permalink | commenti (7)
categoria:poesia, satira